Egitto, il "Dottor Morte" è solo uno dei nazisti convertiti all'Islam

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di Roberto Santoro,  L’occidentale.it 5 Febbraio 2009

Quando pensiamo alle fughe dei criminali di guerra nazisti vengono in mente il “Dossier Odessa” o “I ragazzi venuti dal Brasile”, libri e film che hanno raccontato la rete di complicità che permise agli irriducibili delle SS di lasciare la Germania trovando rifugio in Sud America. Ma un scoop del “New York Times” rivela che Aribert Heim, soprannominato il “Dottor Morte” per la crudeltà dei suoi esperimenti nei campi di sterminio di Buchenwald, Sachsenhausen e Mauthausen, scelse per il suo esilio le caotiche strade del Cairo. Heim si sarebbe rifugiato in Egitto nei primi anni Sessanta per morirci di cancro rettale all’inizio dei Novanta. Durante l’Olocausto, si era fatto un nome seviziando centinaia di vittime con iniezioni di droghe velenose e amputazioni senza anestesia. Ovviamente ha sempre negato tutto riuscendo a sfuggire per decenni agli agenti che lo stavano cercando.

Decine di SS trovarono rifugio in Egitto e in Siria dopo la caduta del nazismo, portando in eredità il loro lessico antisemita nei Paesi destinati a scontrarsi con Israele. Nel 1942 il nazista von Leers – uno dei protège di Goebbels – aveva lodato il mondo musulmano capace di tenere gli ebrei in “uno stato di oppressione e di ansietà”. Von Leers fu tra i promotori della pubblicazione dei “Protocolli dei Savi di Sion” nel mondo islamico. Durante il Terzo Reich e la Seconda Guerra mondiale, i Fratelli Musulmani egiziani simpatizzarono per le forze dell’Asse e l’Egitto avrebbe offerto un occhio di riguardo ai nazisti in fuga per avere un aiuto nella corsa agli armamenti del Dopoguerra. Troviamo esuli nazisti all’ombra del governo egiziano di Nasser, per esempio i commandos di Otto Skorzeny che insanguinarono la Striscia di Gaza a metà degli anni Cinquanta. Lo SS belga Robert Courdroy e il neonazista Karl von Kyna furono uccisi mentre combattevano a fianco delle milizie palestinesi.

“Il mondo arabo era un paradiso più salvifico del Sud America” ha detto Efraim Zuroff, il direttore del Centro Simon Wiesenthal, che ha ricostruito la fuga di Heim tra Germania, Francia, Marocco ed Egitto. Nel 1979 Heim scrisse una lettera al giornale tedesco Spiegel denunciando che i massacri di palestinesi compiuti dallo stato di Israele erano stati organizzati dai “giudei khazari, la lobby sionista in America che nel 1933 dichiarò guerra alla Germania di Hitler”. I Khazari erano una popolazione seminomade turca convertita all’ebraismo nel Medio Evo: definendo gli ebrei dei “khazari” Heim voleva dimostrare che non erano dei semiti, negandogli una identità etnica e qualsiasi rivendicazione sulla Terra Santa. Il Dottor Morte scrisse un documento sul tema, che avrebbe voluto sottoporre al segretario dell’Onu Waldheim, al consigliere della sicurezza nazionale americana Brzezinsky e al Maresciallo Tito.

Heim si lasciò conquistare tanto dai suoi ospiti egiziani che decise di convertirsi all’Islam. Quelli che lo conoscevano, al Cairo, lo chiamavano “zio Tarek”, per esteso Tarek Hussein Farid. Lo ricordano come un vecchietto arzillo, atletico, che passeggiava di gran lena per le strade della capitale egiziana, fermandosi alla moschea di Al Azhar doveva aveva scelto di pregare Allah. Nazisti e neonazisti hanno capito che se la loro battaglia è perduta possono contare sull’islamismo per riprendersi l’Eurabia.

Lo aveva capito Heim, l’ha capito David Myatt, il fondatore di “Combat 18” (C18), braccio armato dell’organizzazione “Blood & Honour” e del “Fronte Nazionale” inglese (il numero 18 si riferisce alla prima e all’ottava lettera dell’alfabeto, le iniziali di Hitler). Nel 1998 Myatt si converte all’Islam e prende il nome di Abdul Aziz. Dopo l’11 Settembre, i suoi eroi diventano Osama Bin Laden e i Taliban. Personaggi come Heim e Myatt ritengono che la creazione di un superstato musulmano sia una  buona carta da giocare contro il sionismo e le democrazie occidentali uscite vincenti dalla Guerra Fredda.

L’esortazione per i camerati è una sola, convertirsi: “accettare la superiorità dell’Islam su tutte le strade indicate dall’Occidente”, come suggerisce Myatt. Il Jihad è un dovere, un’alternativa al “disonore, alla arroganza e al materialismo” dell’Europa. “Per l’Occidente nulla è sacro, salvo, forse, il sionismo, le chiacchiere sull’Olocausto e l’idolatria per la democrazia”. Il Jihad è “la vera religione marziale”, meglio del Bushido e dell’antica Sparta. Myatt ha scelto di inchinarsi verso la Mecca senza rinnegare la svastica. Come aveva fatto Heim prima di lui.

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